La Commissione 9/11
Il controllo, la guerra cognitiva e gli spettacoli del terrore (Prima parte)
La Commissione Nazionale sugli Attacchi terroristici contro gli Stati Uniti (National Commission on Terrorist Attacks Upon the United States, o 9/11 Commission) vede la luce nel 2002, a seguito dei drammatici fatti dell’11 settembre 2001,1 allo scopo di «predisporre un completo resoconto sulle circostanze in cui avvennero gli attentati, i loro preparativi e la prima reazione». Inoltre, ha il mandato di ipotizzare nuovi scenari e, di conseguenza, suggerire strategie per prevenire ulteriori atti terroristici. In breve tempo, la Commissione diventa un centro di potere, non perché fraintesa, ma perché concepita per esserlo; nasce, cioè, per gestire ed elaborare le dinamiche politiche scaturite dagli attentati alle Twin Towers.2
Informazioni plasmate a scopo politico?
La documentazione da dare in pasto al pubblico viene vagliata e dosata, e la percezione degli americani rispetto ai fatti viene indirizzata, perfino plasmata, fin da subito dai processi che circondano l’accrescimento dell’archivio della Commissione. Anche per questo, il documento finale, The 9/11 Commission Report, voluto per fornire un’accurata e veritiera testimonianza sui fatti, e dare alla politica americana una solida svolta antiterroristica, non ha mai avuto una riconosciuta credibilità ed è, a tutt’oggi, al centro del dibattito in merito a quanto accadde quel drammatico giorno. Come spiegano David A. Wallace e Lance Stuchell nel noto documento Understanding the 9/11 Commission archive: control, access, and the politics of manipulation:
Nonostante le dichiarazioni di tutte le parti, secondo cui era necessaria una revisione imparziale, accurata e non filtrata di ciò che andò storto e di come accadde, la nostra analisi evidenzia come la composizione, l’accumulo, l’accesso e il controllo del materiale d’archivio sull’11 settembre siano stati influenzati tanto da preoccupazioni politiche legate a colpe e responsabilità (e al loro possibile occultamento) quanto da sforzi in buona fede per arrivare al nocciolo della questione. Nell’atmosfera carica della politica statunitense contemporanea, il potere di custodia e l’accesso ai documenti sono stati utilizzati più per evitare imbarazzi politici che per far emergere fatti fondamentali. Coloro che detenevano il potere di accesso non erano disposti a correre il rischio che i documenti venissero consultati o analizzati in modo realmente indipendente. […] Non c’è motivo di dubitare che, in assenza di un cambiamento radicale nella gestione e nel controllo degli archivi, questi continueranno a essere utilizzati come strumenti per plasmare e interferire con indagini legittime.
Le influenze politiche della Commissione
Inevitabilmente, nell’atmosfera carica della politica statunitense contemporanea, il potere di controllo e di accesso alla documentazione viene utilizzato dalla Commissione non per garantire trasparenza, ma per prevenire imbarazzi politici e per occultare, anziché far emergere, i fatti fondamentali. In pratica, i membri della Commissione e l’Amministrazione non sono disposti a correre il rischio che la documentazione diventi accessibile o venga analizzata in modo indipendente, slegato cioè dalle motivazioni politiche dominanti, evitando così di legittimare eventuali narrazioni alternative. L’esigenza di riflettere su quanto accaduto, raccogliere informazioni, controllarle, monitorarle e, all’occorrenza, renderle inaccessibili fa parte del progetto stesso, ritenuto necessario per «proteggere la Nazione», nonostante l’imparzialità dichiarata nelle intenzioni programmatiche:
«Dieci commissari – cinque repubblicani e cinque democratici scelti dai leader eletti della nostra capitale in un momento di grande divisione partitica – si sono riuniti per presentare questo rapporto […]. Ci siamo riuniti con un’unità di intenti perché la nostra nazione lo richiede lo richiede. L’11 settembre 2001 è stato un giorno di shock e sofferenza senza precedenti nella storia degli Stati Uniti. La nazione era impreparata».
In definitiva, si tratta di gestire delle informazioni per la sicurezza nazionale, perché questo è il punto: gestire le informazioni.

The Hybrid Warfare
Nel saggio 9/11, spectacles of terror, and media manipulation. A critique of Jihadist and Bush media politics (2006), lo storico ed esperto di politica e pubbliche relazioni Douglas Kellner scrive che gli attacchi dell’11 settembre agli Stati Uniti hanno avuto l’effetto di «drammatizzare la relazione tra gli spettacoli mediatici del terrore e la strategia del jihadismo islamico» […], e l’Amministrazione statunitense non ha fatto altro che cogliere il momento propizio per rilanciare mediaticamente la strategia del terrore e rendere accettabile una nuova epoca di imperialismo bellico. In questa ottica andrebbero inserite, secondo Kellner, la Guerra del Golfo del 1990-1991, la guerra in Afghanistan dell’autunno 2001 e la guerra in Iraq del 2003:
[…] Le Amministrazioni statunitensi hanno sfruttato gli spettacoli del terrore per promuovere la potenza militare degli Stati Uniti e perseguire obiettivi geopolitici […]. Inoltre, sostengo che i principali media statunitensi, in particolare le reti televisive, si siano trasformati in strumenti di propaganda al servizio dell’amministrazione Bush e del Pentagono durante le rappresentazioni mediatiche del terrorismo e della guerra. Infine, propongo di imporre dei limiti alla politica del terrore e sottolineo come il bilancio di questa strategia evidenzi effetti politici altamente ambigui, imprevedibili e negativi.
Gli spettacoli del terrore
Le immagini di morte e devastazione, insieme ai discorsi manichei sul bene e sul male, che si inseriscono nei codici mediatici dominanti della cultura popolare, diventano argomentazioni fondamentaliste e assolutiste volte a giustificare l’apertura di nuovi scenari di guerra e la vendita di armamenti a terzi.
La guerra ibrida (Hybrid Warfare)3 espande definitivamente il campo di battaglia al metaverso, secondo quanto ipotizzato e promosso dalla stessa scuola strategica statunitense. In questo contesto, le forze umane (mercenari, terroristi, agenti segreti), i mezzi (armi convenzionali e sperimentali), le tattiche (legittime e illegittime, guerriglia, terrorismo, propaganda) e i moltiplicatori mediatici (psychological operations o PSYOP4, guerra informatica e informativa, sfruttamento delle reti sociali, estorsione, cyberterrorismo) concorrono a trasformare il soldato, il carro armato e perfino l’agente segreto in:
[…] parte marginale di uno scontro che si perpetra attraverso tutti gli strumenti possibili, leciti e illeciti: da quello diplomatico a quello informativo passando per, ad esempio, la manipolazione del mercato azionario. La guerra, quindi, non è più appannaggio di personale “in divisa”, ma si sfuma in molteplici dimensioni, dove il ricorso al soldato, usato in modo convenzionale, è solo l’ultima ratio.5
Continua…
L’11 settembre 2001, negli Stati Uniti, quattro aerei di linea vengono dirottati e utilizzati per colpire obiettivi di forte valenza simbolica: le Torri gemelle del World trade center a New York e il Pentagono a Washington. Secondo la versione ufficiale, fortemente contestata sia da giornalisti indipendenti che da esperti, l’attacco sarebbe stato opera di terroristi, il che portò a straordinarie misure di controllo e sorveglianza sulla popolazione non solo americana.
Le Twin Towers erano i due grattacieli principali del World Trade Center di New York, simbolo economico e finanziario degli Stati Uniti. Al momento degli attentati, i due grattacieli erano di proprietà della Port Authority of New York and New Jersey, l’ente pubblico che gestisce infrastrutture e trasporti nell’area di New York. Tuttavia, nel luglio 2001, appena due mesi prima dell’attacco, la gestione degli edifici fu concessa in leasing per 99 anni a Larry Silverstein, un imprenditore immobiliare di New York. Silverstein firmò un contratto da 3,2 miliardi di dollari per il leasing delle Torri Gemelle, del World Trade Center 7 e di altri edifici del complesso. Dopo aver ottenuto la gestione, stipulò rapidamente una polizza assicurativa da 3,55 miliardi di dollari, che includeva una copertura contro attacchi terroristici. Dopo gli attentati, Silverstein avviò una battaglia legale per ottenere il doppio della cifra, sostenendo che i due impatti degli aerei costituivano due eventi separati e quindi doveva ricevere un doppio risarcimento. Dopo anni di cause legali, nel 2007 ottenne un risarcimento totale di circa 4,55 miliardi di dollari da diverse compagnie assicurative.
La Hybrid Warfare è una strategia militare che combina metodi di guerra convenzionale e non convenzionale, integrando operazioni militari tradizionali con tattiche irregolari, guerra informatica, propaganda e manipolazione dell’informazione, sfruttando vulnerabilità politiche, economiche e sociali. Il concetto è stato sviluppato e teorizzato nel contesto delle moderne strategie di sicurezza, in particolare dagli Stati Uniti e dalla NATO, e ha trovato ampia applicazione anche in conflitti più recenti.
Le Psychological Operations, o PSYOP, sono strategie di comunicazione militare impiegate per influenzare percezioni, emozioni, atteggiamenti e comportamenti di individui, gruppi o intere popolazioni, e mirano a ottenere vantaggi tattici e strategici attraverso la manipolazione dell’informazione e della propaganda. Oggi parte integrante della guerra ibrida, come forma di guerra cognitiva.
Paolo Mauri, Hybrid Warfare. Che cos’è la guerra ibrida, 4 dicembre 2021.



Spunto interessante: hanno colto l’opportunità o l’hanno creata a tavolino?